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Mia (Monte) e Valle di Pradolino
Scritto da Marco   
Escursione molto bella, anche se in assenza di grandi panorami, ma molto remunerativa dal punto di vista naturalistico.

Da Cividale del Friuli (UD) risaliamo la valle del Fiume Natisone ed arriviamo al paese di Stupizza. Al centro della piccola località individuiamo sulla sinistra, fra le case, una strada sterrata in discesa che si inoltra per un centinaio di metri in un prato, dove troviamo un comodo ed ampio parcheggio. Dal parcheggio è visibile il ponte sul fiume Natisone che è il punto di partenza per l'escursione che andiamo a fare.

Attraversato il ponte sul Natisone, troviamo dei cartelli che ci inviterebbero a fare una visita all'interessantissimo "Villaggio degli Orsi" (se siete interessati cliccate qui per gli orari oppure, scrivere a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), ma la nostra meta è un'altra e ci ripromettiamo di ritornare a visitare il centro un'altra volta.

I cartelli, che troviamo una volta attraversato il ponte sul Natisone, ci suggeriscono di girare a destra per il Monte Mia e di seguire il sentiero 754 che percorreremo per tutta l'escursione. L'itinerario inizia subito costeggiando la sponda destra del fiume Natisone, accogliendoci in un ambiente incredibilmente ricco di vegetazione florida, e si supera alcuni tratti dove tutto attorno a noi è completamente coperto da un folto manto di muschio. Il sentiero ci introduce nella Valle di Pradolino, dove la pendenza del sentiero cambia e iniziamo a salire.

Il sentiero della Valle di Pradolino, nella sua parte iniziale, è una comoda mulattiera lastricata che l'umidità della prima mattina rende un po' scivolosa. Si sale immersi in un bel bosco di faggi e la presenza di diversi cartelli ci accompagnano e ci illustrano le peculiarità naturalistiche dell'ambiente che ci circonda. Giungiamo così, dopo circa 50 minuti di cammino, alla deviazione (abbondantemente segnalata) per il Monte Mia.

Ora la pendenza è più decisa e si fa sentire, facendoci guadagnare quota velocemente; ma la moltitudine di fiori e di piante che ci fermiamo spesso ad osservare, ci consentono di prendere fiato e di non accorgerci che l'altitudine aumenta. Si sale in direzione sud-est del Monte Mia, fino a raggiungere lo spallone meridionale dove il sentiero compie una brusca svolta ed inizia a risalire in direzione opposta.

La vegetazione cambia e qualche tratto dove questa è meno fitta, si riesce ad intravedere qualche scarso panorama. Saliamo ora più dolcemente ma sempre immersi in una vegetazione davvero generosa, giungendo dopo poco più di due ore alla Casera Monte Mia (m 970), posizionata su una bella radura circondata da un bel bosco di abete rosso.

Il sentiero per il Monte Mia prosegue sulla destra della casera, facendoci inoltrare nel bel bosco di abeti e con una pendenza molto dolce ci fa raggiungere ben presto un'ampia strada sterrata che proviene dalla Slovenia. Giriamo verso destra e percorriamo alcuni metri sulla strada sterrata, incontrando subito il sentiero che ci condurrà in cima al Monte Mia. Il sentiero, che si stacca sulla nostra destra e sale immerso in una meravigliosa faggeta, ricalca inizialmente il confine di Stato che incredibilmente segna quasi il confine anche della vegetazione: abete rosso in Italia e faggio in Slovenia.

Il sentiero prosegue tra vari saliscendi nel bel bosco (che ora è solo di faggi), e talvolta la vegetazione si dirada leggermente facendo intravedere dei bei panorami sulle Alpi Giulie slovene e sul gruppo del Canin, giungendo così all'improbabile cima del Monte Mia contrassegnata da un cartello, da un cippo “Spazio Senza Limiti”, da una piccola ancona votiva, e da l'unico bello e vasto panorama di tutto l'itinerario (m 1237 - ore 3).

Mentre ci fermiamo incantati a guardare il panorama che spazia dal Monte Matajur a tutte le alture del cividalese ed alle valli del Natisone, per poi scendere giù fino al mare, ci riposiamo un attimo per poi riprendere la nostra escursione.

Iniziamo la via del ritorno percorrendo a ritroso il tratto di sentiero fino alla Casera Monte Mia; giunti alla Casera, seguire la strada (segnalata con evidenti segnavia CAI) dalla Malga sino all'ingresso nel bosco, da dove si scende su traccia con segnalazioni ben visibili (attenzione che vicino alla Malga ci sono alcuni segnavia ormai scoloriti che possono portare in direzioni sbagliate). Il primo tratto di sentiero nel bosco non è molto ben segnalato, pertanto richiede un attimo di attenzione, ma una volta individuata la traccia ed i segnali la discesa nel meraviglioso bosco di faggi diventa piacevolissima. Mentre scendiamo verso la bocca di Pradolino, l'aumento dell'umidità che caratterizza la zona rende insidioso il terreno, nascondendo sotto al manto di foglie dei faggi cadute in inverno uno strato di infido fango. La discesa dell'ultimo tratto di sentiero prima di arrivare alla bocca di Pradolino è molto ripida e bisogna prestare attenzione.

Giunti alla bocca di Pradolino
, giriamo a sinistra e la leggera discesa ci fa riposare dall'ultimo tratto di discesa che ha un po' stancato i legamenti. Il sentiero prosegue dolce in un ambiente molto ricco di vegetazione, come lo è stato tutta la giornata, e lentamente percorriamo la lunga Valle di Pradolino arrivando al punto di partenza. (ore 7)


Itinerari in zona

Dal ponte sul fiume Natisone, anzichè prendere per il Monte Mia e la Valle di Pradolino, si può prendere il sentiero nr. 735 che in circa 1 ora e 15 minuti ci porta a Montefosca. Da qui è possibile seguire un bel percorso ad anello di notevole interesse ambientale sull'altipiano carsico del Monte Vogu (per quanto oramai invaso dalla vegetazione). Da Stupizza al Monte Vogu ci vogliono circa 2 ore e mezza.

Notizie Utili
L'abitato di Pedrobaz
Nella zona fittamente boscata alla base dell'ampia conca detritica che scende dai Monti Lubia e Vogu, sono evidenti i resti dell'antico villaggio di Pedrobaz. Sino alla fine del secolo scorso qui viveva, durante i mesi estivi, una dozzina di famiglie provenienti dai vicini abitati di Specognis e Podvarcis. Già nel 1915, però, il numero si era ridotto ad otto e, dopo pochi decenni, il villaggio fu completamente abbandonato. L'attività prevalente era l'allevamento e la scelta di questo sito era legata al fatto che, nonostante la bassa quota, era possibile conservare il latte in condizioni ottimali grazie a cantine costruite sopra piccole voragini naturali e all'ombra garantita dalla fitta copertura vegetale. Veniva quindi abilmente sfruttata la principale caratteristica termica delle grotte che è appunto quella di avere una temperatura interna costante tutto l'anno con valori pari alla media annuale della temperatura in quel luogo (in questo caso poco meno di 10°). Oggi sono riconoscibili solo alcune delle stradine interne ed i ruderi di alcune abitazioni: ciò che resta però è più che sufficiente per porre in evidenza come le tecniche di costruzione fossero ben più complesse di quelle generalmente allora utilizzate per l'edificazione di villaggi estivi.

Il villaggio di Pradolino
Sulla sinistra si notano alcuni resti murari: sono l'ultima testimonianza rimasta del villaggio estivo di Pradolino. Le sue origini vanno ricercate nel XVIII secolo, era formato da una decina di casoni con muri in pietra squadrata e dal tetto in paglia, abitati, alla fine del secolo scorso, da tre famiglie di Goregnevas che qui si stabilivano da aprile a giugno quando si trasferivano, assieme a altri abitanti di queste valli, sui pascoli alti del Monte Mia fino a settembre, ritornando poi a Pradolino ove rimanevano sino alla fine di novembre.
L'uso di questo e degli altri villaggi estivi di questi monti cessò rapidamente con la decisione, alla fine dell'800, di abbandonare la "proprietà condivisa" e quindi, in pratica, la possibilità di libero utilizzo di questo territorio da parte degli abitanti dell'allora comune di Tarcetta (coincidente in linea di massima con quello attuale di Pulfero). Per dare idea dell'importanza economica di questi villaggi estivi basti pensare che quelli della Valle di Pradolino erano abitati, nei mesi di utilizzo, da circa 150 persone con oltre 1500 capi di bestiame.

Le casere del Mia
In questa spianata sorgeva il villaggio estivo del M. Mia costituito da oltre 150 editici riuniti sotto il toponimo di Na-Razuore, abbandonato all'inizio delsecolo e di cui non vi sono più tracce dato che le abitazioni erano molto semplici, costituite da semplici ripari in paglia e non con muri in pietra come Pradolino o Pedrobaz. Veniva utilizzato per il pascolo del bestiame e le attività connesse, grazie alla possibilità, nel secolo scorso, di libero sfruttamento dei pascoli. Presso le attuali casere del M. Mia, vicino al pennone della bandiera, vi e un affioramento di calcari cui l'erosione carsica ha conferito il classico aspetto di campo sodato ovvero una serie di pilastri e lame calcaree alternati da ampie fessure in generale non particolarmente profonde.

L’aquila
Un gioiello della fauna ornitica del M. Mia è l'aquila reale (Aquila chrysaetos), che ha recentemente nidificato sulla cima del monte, in territorio sloveno. Nel proprio territorio questa specie può disporre anche di quattro nidi diversi; uno di essi utilizzato nel 1987, è ancora ben visibile sulla cima del Monte Mia. L'Aquila in questa zona frequenta soprattutto le aree situate più a Nord Est, ma si spinge anche più a sud e si vede sovente volteggiare sulla cima del Monte Mataiur. Per favorire la presenza di questo grande predatore, le locali organizzazioni venatorie hanno, di recente, creato un insediamento di Marmotte (M. marmota) sul Matajur e nel corso del 1989 hanno tentato di costituirne popolazioni anche sulla cima dei Monti Mia e Vogu.